Il 14 gennaio 1506, in una vigna sull'Esquilino, vicino ai resti della Domus Aurea, un contadino romano di nome Felice de Fredis scavando trovò un gruppo scultoreo in marmo che nessuno vedeva da secoli. Tra i primi ad accorrere sul luogo ci furono Michelangelo Buonarroti e l'architetto Giuliano da Sangallo, chiamati a riconoscere l'opera: fu identificata quasi subito con il gruppo del Laocoonte descritto secoli prima da Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale. Papa Giulio II, collezionista appassionato di antichità, lo acquistò immediatamente e lo fece collocare in una posizione d'onore nel Cortile Ottagono del Belvedere, disegnato da Bramante. Quella collocazione è considerata l'atto fondativo della collezione di antichità che sarebbe poi diventata i Musei Vaticani.
Il soggetto rappresentato è tratto dal mito troiano: il sacerdote Laocoonte, che aveva messo in guardia i troiani dal cavallo di legno lasciato dai greci, viene punito insieme ai due figli da serpenti marini inviati dagli dei. Il gruppo cattura l'istante dell'agonia: i corpi avvinghiati dai serpenti, il volto di Laocoonte contratto in un'espressione di dolore che per secoli è stata studiata come modello assoluto del patetico nell'arte occidentale.
Oggi il Laocoonte è conservato nel Museo Pio-Clementino, nel Cortile Ottagono, lo stesso spazio pensato da Bramante per accoglierlo più di cinquecento anni fa. Guardarlo da vicino significa guardare anche un pezzo di storia del gusto: la sua riscoperta nel 1506 influenzò direttamente lo sviluppo della scultura rinascimentale e barocca, da Michelangelo in avanti, offrendo un modello di torsione dei corpi e di intensità espressiva che l'arte medievale non aveva più praticato.
Il Laocoonte non è solo nel cortile che lo ospita. Accanto a lui, da sempre considerato il secondo pezzo più importante della collezione, si trova l'Apollo del Belvedere: una copia romana in marmo, databile al 130-140 d.C. circa, di un originale bronzeo greco di poco successivo al 330 a.C., attribuito allo scultore ateniese Leocare. La statua fu ritrovata ad Anzio alla fine del Quattrocento ed entrò nella collezione del cardinale Giuliano della Rovere, che una volta diventato papa con il nome di Giulio II la portò con sé in Vaticano, esponendola nel cortile del Belvedere. La posa dell'arciere, insolitamente dinamica per un'opera marmorea, tradisce chiaramente l'origine bronzea del modello originale.
Nella Sala delle Muse, poco distante, si trova il Torso del Belvedere: un frammento di scultura marmorea firmato sulla base "opera di Apollonio, figlio di Nestore, ateniese", databile al I secolo a.C. L'ipotesi più accreditata identifica il soggetto con l'eroe greco Aiace Telamonio nell'atto di meditare il suicidio. Nonostante sia privo di testa, braccia e gambe, il Torso ebbe un'influenza enorme sugli artisti del Rinascimento: Michelangelo lo studiò a lungo, al punto da essere soprannominato "il maestro di Michelangelo" nella tradizione critica successiva.
Laocoonte, Apollo del Belvedere e Torso del Belvedere non sono tre tappe isolate di un museo enciclopedico: sono tre pezzi dello stesso racconto, quello della riscoperta dell'antico a Roma tra Quattrocento e Cinquecento, e ciascuno ha lasciato un segno diretto e documentabile sul lavoro di Michelangelo e dei suoi contemporanei. Vederle in sequenza, nello stesso ambiente in cui furono esposte fin dall'inizio, restituisce qualcosa che nessuna riproduzione può dare: la scala reale dei corpi, la luce che cambia durante il giorno nel cortile, il modo in cui il marmo "risponde" da vicino diversamente da come appare in fotografia.
Rispetto ai grandi cicli pittorici della Cappella Sistina e delle Stanze di Raffaello, il Museo Pio-Clementino resta spesso in secondo piano nell'itinerario dei visitatori più frettolosi. È un peccato, perché senza queste sculture (riscoperte, studiate, copiate) l'arte del Rinascimento romano che si ammira nelle sale successive non avrebbe avuto lo stesso linguaggio.
